La censura, il reato di plagio. La nascita del politicamente corretto
C’è stato un tempo in cui la censura era di destra e la libertà di espressione di sinistra. Era logico, perchè la cultura dominante era conservatrice, autoritaria, e un po’ bigotta. I film di Pasolini erano considerati pornografia, e un letterato come Aldo Braibanti poteva essere condannato e imprigionato per plagio, mentre il ragazzo da lui “plagiato” poteva venir rinchiuso in manicomio e sottoposto a elettroshock. Era anche il tempo in cui, per gli omosessuali, uscire allo scoperto richiedeva coraggio, molto coraggio, un coraggio, appunto, che ebbero in pochi: Pier Paolo Pasolini, Paolo Poli, Angelo Pezzana, e non molti altri. In quel tempo, che si prolunga fin verso la metà degli anni settanta, la sinistra ufficiale è ancora guardinga, ma l’intellighenzia progressista, anche sotto la spinta del sessantotto, della cultura hippy, del femminismo, si schiera risolutamente dalla parte della libertà di espressione in tutti i campi: cinema, cultura, arte, teatro, stampa, vita privata. I maggiori scrittori, artisti, e intellettuali dell’epoca sono quasi tutti dalla parte di Aldo Braibanti, impegnati contro la censura e contro il reato di plagio.
La censura è il controllo della comunicazione da parte di un'autorità, che limita la libertà di espressione e l'accesso all'informazione con l'intento dichiarato di tutelare l'ordine sociale e politico.
Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato nell'ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa o altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell'espressione dei singoli, ad esempio la corrispondenza privata
Con il termine plagio (o pirateria), nel diritto d'autore, ci si riferisce all'appropriazione, tramite copia totale o parziale, della paternità di un'opera dell'ingegno altrui. Il termine deriva dal latino plagium (riduzione in schiavitù o furto di uno schiavo altrui) e in tale accezione trova riscontro nell'inglese plagiarism e nel francese e tedesco Plagiat.
Il primo documentato caso in cui il termine "plagio" è stato usato con il significato di "plagio letterario" risale a Marziale, poeta romano del I secolo, il quale, nel suo famoso epigramma 52, si lamentava di un rivale che avrebbe letto in pubblico i suoi versi spacciandoli fraudolentemente per propri.
Tale contraffazione può avere, oltre ai risvolti di natura civilistica, anche risvolti di natura penalistica.
La Convenzione di Berna, adottata a Berna nel 1886, fu la prima convenzione internazionale a stabilire il riconoscimento reciproco del diritto d'autore tra le nazioni aderenti.
Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, anche grazie al femminismo e alle lotte sull’aborto e sui diritti LGBT, le cose cominciano a cambiare. La mentalità dominante non è più nè bigotta, nè conservatrice. Nel 1978 passa la legge Basaglia, che chiude i manicomi, nel medesimo anno passa la legge sull’aborto, nel 1981 viene abolito il reato di plagio, nel 1982 viene approvata la prima legge che consente il cambiamento di sesso. La stagione delle lotte sociali cede il passo a quella dei diritti civili, le idee progressiste penetrano sempre più nella coscienza collettiva. È in quegli anni che, anche in Italia, prima in modo appena avvertibile, poi in modi sempre più massicci e pervasivi, prendono piede i principi del politicamente corretto. Essere progressisti comincia a significare, per molti, ergersi a legislatori del linguaggio. Parte una furia nominalistica che, con ogni sorta di eufemismo e neologismo, si premura di stabilire come dobbiamo chiamare le cose e le persone, in totale spregio del linguaggio e della sensibilità della gente comune. Dopo gli anni del marxismo e dello strutturalismo, i custodi del pensiero progressista paiono convertiti a un neoidealismo, che conferisce alle parole il potere quasi magico. Come ha notato recentemente Walter Siti: “gli scrittori di sinistra sembrano credere che siano le parole a generare vi comportamenti: il contrario dell’idea marxiana che siano invece le condizioni materiali a generare le idee” la lotta si accentra così sul mero linguaggio. Anziché provare a cambiare davvero le cose, si punta a cambiare le parole, trovando a ogni cosa il noi e giusto, come se questa fosse la mossa decisiva e dir per sè benemerita. Dopo la messa al bando della parola “negro” (tranquillamente usata da Pavese, Calvino, e infiniti altri scrittori progressisti e non), a favore di “nero”, i ciechi diventano ipovedenti, gli handicappati diversamente abili, i bidelli collaboratori scolastici, le donne di servizio collaboratrici familiari, i becchini operatori cimiteriali, e cosi via. Nascono le “parole giuste” e di conseguenza le “parole sbagliate”, impronunciabili. Curiosamente, non ci si rende conto che nessuna delle parole messe al bandiera usato in modo spregiativo, e che, al contrario, creando per ogni parola precedentemente neutra la sua controfigura corretta si fornisce un meraviglioso armamentario di parole contundenti, di parole-proiettili, a chiunque desideri offendere e riservare disprezzo sul prossimo. Gli odiatosi, che oggi imperversano la rete, sentitamente ringraziano. E ancor più stranamente, alla puntigliosa individuazione delle categorie da proteggere con parole-scudo non si accompagna alcun serio tentativo di cambiare o migliorare la condizione.
L’inferno del mondo del politicamente corretto
Commenti
Posta un commento