L’allarme di Natalia Ginzburg quando le parole contano.
Solo Natalia Ginzburg, giornalista, che dalle colonne della Stampa prima e dell’Unità poi, avverte del pericolo, con due bellissimi articoli che denunciano l’ipocrisia, e la sopraffazione verso il comune sentire dei ceti popolari, implicite nella pretesa di imporci come dobbiamo parlare e pensare. L’ipocrisia, innanzitutto. Oltre nel trovarlo e leggerlo consiglio dio meditare sulla importanza del concetto che questi articoli propongono, e poi, insieme all’ipocrisia, lo spregio per il modo di parlare e di pensare della gente comune, di chi non fa parte dell’élite che governa il discorso pubblico. “Nella nostra società attuale stato decretato l’ostracismo alla parola cieco e si dice invece non vedente, è stato decentrato l’ostracismo alla parola sordo e si dice non udente. La parola non vedente e non udente sono state coniate con l’idea che in questo modo i cechi e i sordi saranno più rispettati. La nostra società non offre ai ciechi e ai sordi nessuna specie di solidarietà o di sostegno, ma ha coniato i per loro il falso rispetto di queste nuove parole. Per la stessa motivazione ipocrita, per lo stesso falso rispetto, i vecchi vengono chiamati gli anziani come se la parola vecchiaia fosse una parola infamante. In verità non si capisce perchè la parola vecchiaia debba essere considerata infamante o oltraggiosa, indicando un’età dell’uomo a cui nessuno può sfuggire se vive. Oltraggioso è invece il modo come viene trattata, nella nostra società, la vecchiaia. Sempre per la stessa motivazione ipocrita, le donne di servizio vengono chiamate colf, collaboratrici domestiche, con un’abbreviazione che si reputa graziosa. Però noi tendiamo abitualmente a non collaborare affatto alle faccende domestiche o a collaborare molto poco e le cosiddette colf nelle nostre case fanno tutto loro. Ci troviamo così circondati di parole che non sono nate dal nostro vivo pensiero, ma sono state fabbricate artificialmente con motivazioni ipocrite, per opera di una società che fa sfoggio e crede con esse di aver mutato e risanato il mondo. Cosi accade che la gente abbia un linguaggio suo, un linguaggio dove gli spazzini e i ciechi sono ciechi, e però trovi quotidianamente intorno a sè un linguaggio artificioso, e se apre un giornale non incontra il proprio linguaggio ma l’altro. Un linguaggio artificioso, cadaverico, fatto di quelle che Wittgenstein chiamava parole-cadaveri. Per docilità, per ubbidienza, la gente è spesso ubbidiente e docile, ci si studia di adoperare quei cadaveri di parole quando si parla in pubblico o comunque a voce alta, e il nostro vero linguaggio lo conserviamo dentro di noi clandestino. Sembra un problema insignificante ma non lo è. Il linguaggio delle parole-cadaveri ha contribuito a creare una distanza incolmabile fra il vivo pensiero della gente e la società pubblica. Toccherebbe agli intellettuali sgomberare il suolo da tutte queste parole-cadaveri, seppellirle e fare in modo che sui giornali e nella vita pubblica riappaiano le parole della realtà”. Questo è l’articolo riassunto di Natalia Ginzburg nota già allora, negli anni 80, l’abisso che intercorre, oggi più che mai visibile, tra un parlare pubblico sempre più controllato, trattenuto e ipocrita, e il linguaggio privato dove si può invece continuare a essere liberi e “veri”, in quanto soli e nascosti. Quasi una coazione a infrattarsi nella propria tana, a formare sette segrete. Una sorta di rivalsa della verità, ma con un forte limite: la parola libera e vera non può che essere3 vano borbottio tra le quattro mura di casa propria, e non potrà mai aspirare alla luce del giorno diventando pubblica e ufficiale. Ma le preoccupazioni della Ginzburg cadono nel vuoto. Ormai il politicamente corretto ha iniziato la sua colonizzazione di tutti i gangli della società. Scuole, università, giornali, istituzioni, associazioni professionali, agenzie pubblicitarie, case editrici, reti radio e Tv, compagnie aeree, aziende private, major del cinema, e negli ultimi tempi gli stessi giganti del web, fanno propri i principi della nuova religione della parola, imponendo codici linguistici e sorvegliando il loro rispetto. Poco per volta l’intellighenzia progressista si schiera risolutamente dalla parte della censura. Si fa essa stessa portatrice, illuminata, del linguaggio ufficiale cadaverico. I maggiori scrittori, artisti e intellettuali sono quasi tutti impegnati a promuovere il conformismo ideologico e linguaggio imperante. Coloro che dovrebbero, secondo Ginzburg, “sgomberare il suolo dalle parole-cadaveri” sono i primi ad allargare il perimetro del cimitero.
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