Le Disuguaglianze Dati
Nel discorso pubblico dominante prevalgono due affermazioni: 1) le disuguaglianze rappresentano un freno alla crescita economica ed è quindi necessario ridurle per favorirla. In questo caso lo slogan più comune è ‘meno disuguaglianze per una crescita più forte’; 2) la crescita economi- ca favorisce la diminuzione delle disuguaglianze ed è quindi necessario sostenerla per attenuarle. In questo secondo caso lo slogan che va per la maggiore è ‘più crescita per ridurre le disuguaglianze’. Queste due affermazioni – la prima di matrice neo-keynesiana, la seconda di matrice neo-liberista, entrambe difficilmente realizzabili nell’attuale configurazione sociale – ribaltano i rapporti tra causa ed effetto, mistificano il sistema dei rapporti sociali di produzione e di potere, legittimano il modello neo-liberista di dominio sociale basato proprio sulla crescita strutturale delle disuguaglianze. L’attuale fase di globalizzazione del capitale si fonda sull’allargamento e sull’acutizzazione delle disuguaglianze; se è definitiva- mente acquisito che la crescita economica avvenuta nell’era neo-liberista ha comportato un’accentuazione delle disuguaglianze, è da aggiungere che essa si è basata sulla crescita strutturale delle disuguaglianze.Negli ultimi quattro decenni l’economia mondiale è cresciuta molto, pur in presenza di disuguaglianze crescenti. Esse non hanno costituito un freno alla crescita economica mondiale, semmai il loro incremento è avvenuto contemporaneamente allo sviluppo dell’economia mondiale: in questo arco di tempo economia mondiale e disuguaglianze sono entrambe cresciute, di pari passo, parallelamente, contestualmente, alimentandosi a vicenda. La crescita strutturale delle disuguaglianze – che non è dipesa da una manca- ta crescita dell’economia mondiale (che non c’è stata) è sì il risultato del modello di sviluppo, del sistema dei rapporti sociali, della distribuzione del lavoro sociale dell’era neo-liberista, ma è anche un elemento strutturale della tornata attuale di globalizzazione di stampo neo-liberista.Dagli anni Ottanta l’economia mondiale è molto cresciuta e si è molto unificata – a livello di produzione industriale, a livello finanziario, a livello di politiche economiche. Seppur con tassi di crescita altalenanti e differenti a seconda delle aree geografiche, il PIL mondiale reale è molto aumentato – anche per effetto dell’aumento della popolazione totale – passando da 6.412 miliardi di $ del 1976 a 75.544 miliardi di $ del 2016, raddoppiando nel periodo 2004-2014. Tuttavia questa crescita è avvenuta secondo modalità che hanno approfondito le disuguaglianze tra le aree del mondo, tra gli stati, all’interno dei singoli stati, tra le classi sociali: oggi di fronte a noi si erge un mondo più unificato e più ricco a livello di PIL, ma più polarizzato, più disuguale, in cui alle disuguaglianze ‘storiche’ (eredità del colonialismo) si sono aggiunte nuove disuguaglianze prodotte dall’attuale tornata di globalizzazione, in particolar modo dalla mondializzazione delle politiche neo-liberiste. Un mondo nel suo complesso economicamente più sviluppato ma in cui si intrecciano, si sommano e si combinano vecchie e nuove disuguaglianze; un mondo in cui non c’è stato nessun andamento a ‘U rovesciata’ da parte delle disuguaglianze in rapporto allo sviluppo economico mondiale e nes- sun fantomatico gocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso. Lo ha riconosciuto l’OCSE, quando ha dovuto sottolineare che «the economic recovery has not reduced inequality»; lo ha ribadito recentemente il World Inequality Lab sottolineando che, nonostante la crescita della Cina, dagli anni Ottanta le disuguaglianze di reddito sono cresciute ovunque in maniera più o meno acuta a seconda dei contesti (Alvaredo et al. 2018).L’attuale tornata di globalizzazione, imperniata su una forte centraliz- zazione finanziaria e su una forte concentrazione industriale, ha genera- to un’enorme crescita della ricchezza mondiale, che si è condensata nei centri nevralgici dello sviluppo (nei ‘centri’ e nei ‘centri delle periferie’), nei Paesi detentori delle redini dell’economia mondiale (la triade USA- UE-Giappone), nelle corporation e nelle organizzazioni multilaterali, nelle grandi banche, nelle sfere dirigenti delle imprese multinazionali e delle burocrazie statali e interstatali, negli strati agiati dei Paesi del Nord e Sud del mondo che hanno cavalcato la globalizzazione neo-liberista, nella transnational capitalist class oggi compiutamente globale, nell’upper class in formato mondiale osservata con largo anticipo anche da Gallino (2000, 2012). La questione quindi non è tanto la dimensione della torta, quanto la divisione delle fette della torta; ma, ancor prima, le modalità di realizzazione della torta poiché la redistribuzione della ricchezza sociale non risolve i problemi legati alla produzione (disuguale) della ricchezza sociale.Un caso emblematico di questa doppia crescita – dell’economia e delle disuguaglianze – è quello rappresentato dagli Stati Uniti, un vecchio Paese ricco che negli ultimi quattro decenni, tra old economy e new economy, tra crisi passeggere e crisi di sistema, è stato interessato sia da una crescita economica sia da un’impressionante impennata delle disparità di reddito e di ricchezza (tanto per limitarci a questo aspetto della disuguaglianza).Il PIL reale è cresciuto costantemente: era di 5.669 miliardi di $ nel 1976, di 7.852 miliardi di $ nel 1986, di 10.561 miliardi di $ nel 1996, di 14.613 miliardi di $ nel 2006, di 16.662 miliardi di $ nel 2016.
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