Culture
La “cultura della cancellazione” si proprio così! Cerchiamo di entrare più nello specifico, entriamo nell’argomento cultura, troppe le parole come “con la cultura non si mangia” oppure screditare gli artisti che perticano, con passione, questa disciplina se cosi si può definire, personalmente credo che la cultura è un arte sopraffina, passionale, la cappa non è solo opprimente e iperprotettiva: è anche retroattiva e distruttiva. Le opere d’arte del passato vengono sottomesse ai raggi x delle odierne sensibilità, e spesso tagliate, edulcorate, ritirate dalla circolazione. O sfregiate e vilipese. O distrutte, fisicamente abbattute, è il trionfo della cancel culture. Insomma sono le cosiddette “cattive intenzioni” quelle che creano dipendenza dell’odio oppure della devastazione lessicale, troppo spesso abbiamo assistito a storpiature di linguaggio che devastano la cultura, le opere, e tanto altro ancora, fa parte sempre di quel politicamente corretto che solo nel nominarlo mi viene una orticaria. Ritorniamo alla definizione iniziale “cultura della cancellazione” la frase è esplicita, il significato anche, in Independence Day gli alieni distruggono molti monumenti simbolo della cultura americana, come l’Empire State Building, la Casa Bianca, e la Library Tower di L’ostracismo Angeles, allo stesso modo la cappa-astronave della cancel culture porta distruzione tra le opere del passato, e cosi via con altri esempi. L’università di Yale scompare il classico corso di Storia dell’Arte del Rinascimento, considerato troppo occidentale ed eurocentrico. Nel 2019 la mostra Gauguin Portraits alla National Gallery di Londra come racconta Luca Beatrice, trascina il grande pittore francese, figura chiave della pittura moderna, in un dibattito moralista senza fine, in un articolo del New York Times intitolato “Is it Time Gauguin got canceled?” Traduzione “sarebbe meglio non esporre più nessuna opera del pittore parigino, perché ebbe relazioni con quattordicenni polinesiane” Luca Beatrice che riporta l’accaduto, ricorda che Gauguin cinquantenne sposò una ragazza tahitiana minorenne che gli fece da modella per i tanti suoi quadri, commenta così:
“Sarà stata la differenza di età e il fisico minato dell’artista ad aver indignato i benpensanti inglesi nel 2019 oramai convinti che Gauguin, più che la pittura, praticasse il turismo sessuale”.
Infine, la Howard University a Washington DC università d’eccellenza dei neri d’America, cancella gli studi classici, consapevoli di essere da sempre appannaggio dell’èlite bianca. Poi abbiamo l’arte pedagogica, l’arte che dovrebbe essere il luogo dove meglio si esprime la libertà di pensiero e di parola non chè la ribellione a ogni costrizione e a ogni ipocrisia, è oggi investita dal vento mortuario della censura imperante. Anch’essa soggiace alla dittatura delle parole imbavagliate e di temi “giusti” come scrive Walter Siti la letteratura “neoimpegnata” di oggi, univocamente al servizio del bene, si dà il compito di “risanare il mondo”.
“L’idea sottostante è che il mondo sia malato (più malato del solito perché in emergenza) e che alla letteratura tocchi, come una brava infermiera, i contribuire a risanarlo”.
La versione oggi prevalente dell’ engagement punta su un contenutismo tanto orientato sulla cronaca quanto angusto, con temi che non è difficile elencare: vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto, bambini in guerra, insegnanti eroici, giornalisti o avvocati in lotta col potere, criminalità organizzata, minoranze etniche. L’arte si fa arma per difendere una democrazia costantemente ritenuta in pericolo, e si fa strumento per esaltare o proteggere alcune, selezionate, categorie di vittime e di oppressi, senza riguardo alla complessità del reale, senza spazio per l’ambivalenza e la dialettica. Fra il bene e il male. È ancora Walter Siti a ricordarcelo:
“Permettere all’avversario ideologico di dire le proprie ragioni, con il rischio che il lettore a qualche livello psichico le trovi convincenti, è una caratteristica della grande letteratura impegnata: dai Persiani di Eschilo, fino all’Ibsen di Casa di Bambola e al londoniano Martin Eden”.
Insomma concludendo in discorso, non me ne voglia Alain Finkielkraut con i suoi racconti non citati per non dilungarmi troppo, Ma quando l’arte si fa arma e strumento, quando si pone un fine esterno ed è arte per qualcosa o per qualcuno, tradisce se stessa. Perde la sua indipendenza e autonomia.
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