Amartya Sen i diritti Umani e non solo
Nella dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu del 1948, nella lista di questi pronunciamenti morali, alla prima, pre-esistente generazione di diritti, le libertà dalla tortura, dalla carcerazione arbitraria, dalla discriminazione razziale e di un altra natura, di movimento ecc. si aggiunge una seconda generazione di diritti, economici e sociali, che abbraccia non solo il diritto alla salute all’istruzione, ma anche il “diritto al lavoro”, ad “un’uguale retribuzione per un uguale lavoro”, a “fondare sindacati” c’è. È una lista che si è poi ulteriormente ampliata, con il crescere, in questo secolo, delle nostre sensibilità, anche verso l’ecosistema, e con il progredire della tecnologia. Proprio l’estensione di questi “diritti” rende evidente la necessità della strada che Amartya Sen suggerisce: per passare dai “pronunciamenti” all’azione individuale, collettiva o pubblica è necessario, di volta in volta, valutare il modo acceso, informato, aperto e ragionevole per cosa sia ragionevole doveroso impegnarsi e come farlo. Già solo privilegiare la prima o la seconda generazione di diritti o altri diritti ancora e affrontarne alcuni ignorando i collegamenti con altri, spesso la prima generazione è affrontata come fosse indipendente dalla seconda, è una scelta; che deve essere messa a repentaglio di un publico dibattito. La lista delle cose da fare è chiara, non si dica il contrario: riequilibrare drasticamente le spese fra budget bellico e budget della cooperazione; modificare l’accordo Trips, ad esempio nella direzione che parecchi tecnici e non solo anche associazioni e forum propone, molto in considerazione è il ForumDD di Fabrizio Barca, anche fissando quote minime di investimento in ricerca da parte dello stato; avviare immediatamente per i vaccini anti-covid la soluzione esistente per l’influenza, ne abbiamo parlato anche in questo blog con post concentrati tutto sulla pandemia che troverete scorrendo e visitando il mio blog, ottenendo anche il mio punto di vista, e qualche considerazione personale, modificare le regole commerciali; ripristinare la giurisdizione Onu sulle “guerre” violata a fare inizio bombardamento della Serbia, con gravissima responsabilità italiana; regole assai più cogenti sui livelli minimi di aiuto internazionale e sul monitoraggio del loro uso ecc…e poi devono anche accordi degli Stati con altri stati per dare regole e certezze a fluissi migratori sistematici come quelli originati per Europa e Africa dallo squilibrio demografico. Molte di queste politiche, intervenendo nei processi di produzione della ricchezza, possono a un tempo migliorare i diritti umani per gli altri popoli e ridurre le subalternità e le ingiustizie nell‘occidente. È un allineamento di interessi che può configurare un nuovo internazionalismo. Sì signori proprio questa è la strada per evitare le disuguaglianze e cercare di avere i veri o diritti umani al centro di ogni cosa è l’internazionalismo!!!!!
Da una sua intervista guardiamo le sue risposte di Amartya Sen ne capiremo e percepiremo la sua convinzione:
Oggi viviamo in un mondo globalizzato che tende alla “liquidità”, come dice il sociologo Zygmunt Bauman. I vecchi fattori di identificazione – nazionalismo, religione, lavoro – non funzionano più. Prevale un relativismo culturale. Eppure, come scrive Robert Putnam le persone hanno bisogno di “capitale sociale” e di legami d’identità per vivere meglio. Lei non rischia di sottovalutare questo bisogno?
Io non critico l’identità come tale, anzi penso che possa essere un fattore positivo di realizzazione personale, di orgoglio. L’identità di classe spinge a lottare per ridurre le disuguaglianze. L’identità degli afroamericani è stata importante nel motivare le lotte per l’integrazione e la diffusione dei diritti. Ma in tutti questi casi bisogna che si sappia che non esiste un’unica identità, che ogni individuo ha più identità e che la riduzione a un’unica identità è una semplificazione che non corrisponde alla realtà. Karl Marx nella Critica al programma di Gotha scrive che il partito tedesco ha ridotto l’identità all’identità di classe e, così facendo, ha dimenticato altre dimensioni importanti dell’individuo. Per quel che riguarda Putnam, un mio caro amico, con il concetto di “capitale sociale”, in realtà, si riferisce ad aggregazioni di identità plurali.
Le identità favoriscono i rapporti tra gli individui?
E’ una medaglia a due facce. In Germania, in alcune regioni dove c’è un senso di identità molto forte, ci sono fenomeni di intolleranza violenta contro gli immigrati. L’identità si può vedere in due modi. C’è l’identità di genere che produce positivamente un movimento delle donne e la rivendicazione di diritti. C’è un’identità di classe che produce positivamente un movimento operaio che lotta per un miglioramento. C’è un’identità nazionalista anch’essa positiva se combatte il colonialismo e l’imperialismo. Però c’è un’identità nazionalista che a volte diventa fattore negativo di discriminazione e conflitto. Anche l’identità di classe a volte può portare a ignorare altre dimensioni della vita dell’individuo che sono importanti oltre quelle di classe. La stessa identità di genere può portare a ignorare una condizione umana condivisa tra donne e uomini. Non ho nulla contro le identità, ma vanno conosciute nella loro complessità per farne un uso positivo.
P.S Insomma bisogna investire sul capitale umano sull’uomo solo cosi possiamo ridurre le cose drammatiche.
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