Raphael il patibolo di Craxi

 Non ci bastano 10 dita per contare tutti “gli assolti per non aver commesso il fatto” da Tangentopoli ad oggi. E Craxi pagò per tutti. La sera dell’aprile di 30 anni fa, detta “la sera delle monetine” è stata per me una delle più brutte state di pagina politica, e significative degli ultimi decenni! Craxi fu cacciato e umiliato con il lancio di monetine. La contestazione fu trasversale e incivile. Ciò che seguì al pentapartito è l’infausta politica scadente che ha condotto oggi al regresso della democrazia e dei diritti civili. Questa signori è storia di politica italiana, che i giovani devono sapere, assimilare, ed avere una propria opinione nel merito, una pagina brutta che segna la fine di una politica di odio trasformandosi in una dellescene più brutte della storia italiana. Avvolte penso che non è una grande trovata scrivere l’Italia è una Repubblica antifascista Non siamo nel clima che arrivano i colonnelli Ci sono dichiarazioni dovute a una sorta di riflesso condizionato Si sbaglia dire che vogliono riscrivere la storia non hanno la cassetta degli attrezzi. Sto leggendo – ormai sono arrivato alla fine il saggio di Filippo Facci 30 Aprile 1993(Marsilio), nel quale si raccontano gli eventi che precedettero e seguirono il giorno in cui, uscendo dall’Hotel Raphael, Bettino Craxi, allora ex segretario del Psi, fu sottoposto a una durissima contestazione, con lancio di monete, sampietrini e ogni tipo di oggetto come non era mai avvenuto nella storia della Repubblica.
Non è il solo libro uscito di recente che ha rammentato quel fatto che caratterizzò il 1993, l’anno in cui “finì la politica”. Ho letto e apprezzato, nei mesi scorsi, i saggi di Fabio Martini e di Mattia Feltri. Ma il libro di Facci – forse perché è il più recente – mi ha impressionato in modo particolare per la minuziosa descrizione di tanti episodi connessi a quell’evento in ogni parte del Paese, come reazione a un libero voto della Camera dei Deputati che, il 29 aprile, aveva respinto, con una solida maggioranza, ben 4 su 6 autorizzazioni a procedere per l’allora segretario del Psi su richiesta della Procura di Milano, nell’inchiesta a cui era stato dato il nome di “Mani pulite”. A leggere delle ricostruzioni tanto puntuali trova sempre elementi prima ignorati, anche chi come il sottoscritto ha vissuto quella fase della vita politica italiana molto da vicino. Ma su quel periodo mi ero fatto delle opinioni da tempo e mi ero reso conto di taluni errori di analisi che avevo compiuto, aprendo completamente gli occhi su di un’operazione golpista, contrabbandata come una rivoluzione civile. Del resto nei trent’anni trascorsi da allora ho avuto tante occasioni di ravvedermi e di passare dalla parte giusta. Ma il saggio di Facci ha evocato un clima di fanatismo, da “pensiero unico”, di giudizi inappellabili, di ragioni indiscutibili che contraddistinsero quegli anni e che trasformarono Bettino Craxi nell’ uomo “da bruciare”. Non era la prima volta che l’opinione pubblica pretendeva un giudizio sommario. Anni prima, nel 1976, quando, a seguito di una campagna giornalistica, scoppiò il caso Lockheed, sulla graticola era finita la Dc. Anche allora veniva invocato il giudizio della storia: i ministri indagati e sottoposti alla autorizzazione a procedere erano colpevoli perché democristiani. E la Dc doveva pagare per il male fatto agli italiani, per espiare una sorta di “peccato originale”. Aldo Moro ebbe il coraggio di alzarsi alla Camera ed affermare che la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze. In quel caso, Craxi divenuto segretario da pochi mesi, dopo la riunione del Midas, non si prestò a questo autodafé e i socialisti alla Camera differenziarono il voto per ciascun caso. Forse c’era anche un calcolo politico. Ma Craxi non si lasciò coinvolgere, nonostante che tra la base socialista serpeggiasse un desiderio di vendetta per la recente sconfitta elettorale, attribuita alle malefiche frequentazioni di centro sinistra. Craxi andò in giro per le federazioni a spiegare la posizione del Partito.Ricordo ancora quando venne a Bologna; per strada, aveva reagito a calci nel sedere conto un passante che lo aveva offeso (Facci ricorda due sganassoni che Craxi sferrò, a Milano dopo l’affronto di Roma, a due ragazzotti che inseguivano l’auto sulla quale viaggiava coprendolo di insulti). Allora, la plebe ebbe una testa mozzata. Il presidente della Repubblica, Giovanni Leone (anni dopo i suoi accusatori ammisero che non era coinvolto nel giro di tangenti) fu costretto a dimettersi. Il Pci pose questa precisa condizione alla Dc per proseguire nell’esperienza della “solidarietà nazionale”. Ai tempi di “Antelope Kobbler” (il nome in codice dato al corrotto che restò sempre ignoto) l’Italia era ancora un Paese civile, i partiti erano forti. Nel 1993 Craxi si trovò a combattere da solo.Oggi, chi legge – in buona fede – il discorso che il leader socialista pronunciò alla Camera il 29 aprile non può non riconoscerne l’onestà e il rigore. Un discorso che passerà alla storia, allora sembrò una provocazione, un atto di arroganza, un’evasione dalle proprie responsabilità chiamando in causa altre forze politiche, come gli ex comunisti, autoproclamatisi di specchiata onestà, quando era assolutamente evidente che il sistema delle tangenti o comunque dei finanziamenti illeciti coinvolgeva, più o meno, tutti i partiti. Il giro delle “mazzette” era un soggetto ricorrente nella commedia all’italiana; gli spettatori al cinema ci ridevano sopra. Bastava guardarsi attorno, fare un po’ di conti sulle spese dei partiti durante le campagne elettorali per accorgersi che i contributi degli iscritti e il finanziamento pubblico non potevano bastare. I bilanci dei partiti erano depositati e pubblici. Ma il punto non è questo. A leggere il libro di Facci è tornata a perseguitarmi una domanda: come ho potuto, io stesso, essere coinvolto  sia pure conservando molti dubbi da quel clima di caccia alle streghe? Quando Giorgio Benvenuto fu eletto segretario del Psi nel febbraio del 1993 mi chiese di far parte della sua segreteria. Oggi questa storia deve essere raccontata, il partito socialista oggi sventrato ed usato come ingresso al parlamento italiano sopratutto nelle file dei senatori, è un partito ricco di storia avvolte brutte e altre significative. "Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio; seduto alla sinistra di Craxi". Lo racconta Luca Josi, a quel tempo segretario dei Giovani socialisti, in una testimonianza pubblicata su 'Oggi' in occasione dei 30 anni dalla celebre serata dal 30 aprile del '93, quella delle monetine lanciate contro Bettino Craxi davanti all'hotel Raphael, a Roma. "Oltre 4mila arresti, 42 suicidi, 25mila avvisi di garanzia, 1069 parlamentari e uomini politici coinvolti. Questa è stata Tangentopoli. Non una guerra. Ma nemmeno una bella pace", premette Josi ricordando il contesto in cui si arrivò a quell'evento. "Il finanziamento illecito è drammaticamente sempre esistito. Per questo, in politica, chi è senza peccato s'informi dal proprio cassiere", si legge tra l'altro nella testimonianza che poi prosegue: "Trent'anni dopo ci ritroviamo tra contenziosi per scontrini, leader politici consulenti di sceicchi e combattive brigate per la difesa dell'indennità non riversata al partito". Josi, poi, spiega: "Il clima rimosso e mai esplorato di trent'anni fa annotava decine di strani furti in case di parlamentari, ministri e leader politici. Il 3 gennaio del 1990 venivano rubate al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, le pistole di ordinanza dalla sua auto" e seguirà "una sua circolare, 'Riservata', ai prefetti datata il 16 marzo 1992 in merito a un piano per 'destabilizzare l'Italia'". Una testimonianza forte, concreta, e da ascoltare. Ci sono titoloni del giornale come "falso mito" io direi un "mito" decisionale della politica italiana un fenomeno, quello socialista, che doveva passare nel calendario del tempo non poteva essere inerme attraversando varie fasi della politica economica, tra scandali e finanza ballerina. 



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